Perché la tutela della diversità biologica richiede un approccio più ampio?

Nel dibattito sulla sostenibilità e nelle strategie aziendali legate alla biodiversità, l’attenzione si è spesso concentrata su un’unica protagonista: l’ape domestica (Apis mellifera). Eppure, a livello globale, esistono oltre 20.000 specie di api e più di 200.000 specie di impollinatori selvatici, fondamentali per il funzionamento degli ecosistemi e per l’impollinazione naturale.

Questa focalizzazione, seppur comprensibile per il ruolo chiave dell’ape mellifera nella produzione di miele e nell’agricoltura, rischia però di semplificare eccessivamente un tema molto più complesso: la conservazione della biodiversità.

A sottolinearlo è Rete Clima, realtà attiva nello sviluppo di progetti legati a decarbonizzazione e tutela ambientale, che richiama l’attenzione su un fenomeno sempre più diffuso anche nel mondo corporate: il cosiddetto beewashing.

Il rischio del “beewashing” nelle strategie ESG

Il termine beewashing, introdotto in ambito scientifico nel 2015, descrive quelle iniziative che promuovono la tutela delle api mellifere come azione a favore della biodiversità, senza però incidere sui fattori ecologici realmente determinanti per la salute degli ecosistemi.

Si tratta spesso di progetti che intercettano la crescente sensibilità ambientale, ma che si traducono in interventi isolati – come l’installazione di alveari – scollegati da una visione sistemica. Il rischio non è solo una limitata efficacia, ma anche la distorsione delle priorità: risorse e attenzione vengono indirizzate verso soluzioni parziali, a scapito di azioni strutturali come la tutela degli habitat, la diversificazione degli ecosistemi e la riduzione delle pressioni ambientali.

Come evidenzia Paolo Viganò, fondatore di Rete Clima, il punto centrale non è aumentare il numero di alveari per “favorire” l’impollinazione, ma migliorare le condizioni ecologiche che permettono a tutte le specie di vivere e prosperare. In questo senso, biodiversità e complessità biologica diventano elementi chiave per garantire equilibrio e resilienza.

Impollinatori selvatici: un equilibrio delicato

Le evidenze scientifiche mostrano come una diffusione non equilibrata di api mellifere possa generare effetti indiretti negativi sulle specie selvatiche. Tra i principali rischi emerge lo spillover di patogeni, ovvero la trasmissione di malattie da specie allevate a quelle selvatiche, già documentata in diversi contesti.

A questo si aggiungono dinamiche di competizione per le risorse floreali, soprattutto in aree dove la concentrazione di alveari è elevata e gli habitat naturali risultano limitati o degradati.

Questi fattori evidenziano come la tutela degli impollinatori – in particolare quelli selvatici, veri protagonisti dell’impollinazione naturale – non possa essere affrontata con interventi puntuali, ma richieda una gestione integrata e basata sulla qualità degli ecosistemi.

La biodiversità come infrastruttura strategica

La presenza di habitat diversificati, la continuità ecologica e la disponibilità di risorse trofiche (tutte le fonti di nutrimento disponibili per gli organismi in un ecosistema) rappresentano le condizioni essenziali per la sopravvivenza e la coesistenza delle specie. Le api, in questo contesto, non sono “salvatrici” degli ecosistemi, ma parte integrante di un sistema complesso.

Per il settore del verde professionale e del florovivaismo, questo approccio implica un cambio di prospettiva: la biodiversità non è solo un obiettivo ambientale, ma una vera e propria infrastruttura naturale. È infatti alla base della stabilità degli ecosistemi, della produttività agricola e della capacità dei territori di adattarsi ai cambiamenti climatici.

Verso un approccio sistemico alla sostenibilità

Per le aziende del comparto, integrare la tutela della biodiversità significa quindi andare oltre le azioni simboliche e adottare strategie più ampie: rigenerazione degli habitat, gestione sostenibile del suolo, incremento della diversità vegetale e riduzione degli impatti ambientali.

Solo attraverso una visione sistemica sarà possibile garantire ecosistemi resilienti e, allo stesso tempo, sostenere in modo concreto il ruolo degli impollinatori – tutti, non solo l’ape domestica – nel futuro del verde professionale.

Il ruolo delle imprese

Per le aziende, la tutela della biodiversità è un tema sempre più centrale, anche in virtù della sua crescente integrazione nei criteri ESG, nei sistemi di rendicontazione e nei processi decisionali legati agli investimenti. In questo contesto, la credibilità delle iniziative ambientali non si misura più solo sulla loro visibilità, ma sulla solidità scientifica, sull’efficacia reale e sulla capacità di generare impatti positivi misurabili, oltre che sulla loro coerenza con le strategie aziendali complessive.

Diventa quindi necessario superare approcci puramente simbolici, orientandosi verso interventi strutturati, sistemici e tecnicamente fondati: dalla gestione sostenibile del verde alla riqualificazione degli habitat, fino a progetti di rigenerazione ambientale in grado di rafforzare concretamente gli ecosistemi.

“Il rischio del beewashing – sottolinea Viganò – è quello di creare una percezione di beneficio per la natura e la biodiversità che non trova riscontro nei risultati effettivi. Questo può avere conseguenze non solo sul piano ambientale, ma anche su quello reputazionale. Oggi, la solidità scientifica delle iniziative rappresenta un elemento chiave di credibilità per le imprese, che hanno l’opportunità di rafforzare le proprie strategie ESG attraverso azioni coerenti, misurabili e integrate, capaci di contribuire in modo tangibile alla tutela della biodiversità e alla resilienza dei sistemi naturali.”

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