Da luoghi di conoscenza a semplici terminali di vendita: cosa si è perso lungo il percorso e perché riguarda l’intero comparto

Prima di mettermi in proprio ho lavorato per diversi anni in un noto Garden Center milanese che, ahimè, oggi non esiste più. Era uno di quei luoghi nati dall’eredità del giardinaggio degli anni Trenta, frutto di famiglie che da agricole avevano saputo convertirsi con intelligenza a un settore allora ancora acerbo, ma ricco di potenzialità. Per anni queste imprese sono state condotte in modo esemplare: c’era una sana concorrenza, soprattutto a Milano, e lavorarci era motivo di orgoglio. Non si trattava solo di vendere, ma di imparare una professione, di conoscere le piante e di saper dialogare con il cliente.

In ogni Garden Center c’era sempre un “vecchio” giardiniere che, magari con qualche difficoltà comunicativa, sapeva insegnarti moltissimo. Io sono cresciuto così, professionalmente parlando, scuola a parte. Oggi la formazione dei giardinieri è diversa, più strutturata e più “smart”, ma qualcosa, nel frattempo, si è perso.

Si è perso il ruolo dei Garden Center come avamposti culturali del giardinaggio

Sempre più simili a grandi supermercati, hanno smarrito quel fascino fatto di confronto, scambio e consigli: entravi per una pianta o un antiparassitario e finivi per parlare di giardini, nuove specie, soluzioni collaudate. Riprendendo in questi giorni i corsi di giardinaggio amatoriale, mi confronto con molte persone che quei luoghi li frequentano ancora. Persone curiose, appassionate o semplicemente prudenti, che però spesso non trovano personale in grado di rispondere alle loro domande o di accompagnarle nelle scelte. La critica più ricorrente è proprio questa: l’impossibilità di essere seguiti davvero.

I Garden Center rischiano così di diventare “non luoghi”, dove le piante sono solo una merce tra tante

Se una muore, poco male: si sostituisce con un buono. Ma questo approccio entra in conflitto con stagionalità, biodiversità, etica professionale e uso consapevole delle risorse. E produce un’eco che arriva anche ai professionisti del verde, chiamati a rispondere a richieste spesso incompatibili con un giardinaggio fatto con criterio.

I Garden Center dovrebbero tornare a essere presìdi di buone pratiche, luoghi di divulgazione, formazione e visione. Oggi, invece, prevale la logica del terminale di vendita, con personale spesso non formato, sottoposto a continui spostamenti di reparto e a un turnover che scoraggia le nuove leve. Il settore delle piante – termine che preferisco al generico “verde” – è una risorsa strategica per il futuro, anche per affrontare i cambiamenti climatici e aumentare la consapevolezza ambientale. Vorrei tornare a vedere centri di giardinaggio realmente dedicati alle piante, gestiti da operatori competenti, dove si entri per un ciclamino o un’erica e si esca con qualche conoscenza in più, non con un nanetto da giardino o un prato di plastica.