È questa la fotografia delineata dal Green Book 2026, il rapporto annuale sul settore dei rifiuti urbani in Italia promosso da Utilitalia e curato dalla Fondazione Utilitatis, presentato a Napoli nell’ambito del Green Med Expo & Symposium. All’edizione hanno collaborato ISPRA, ENEA, CdC RAEE e diverse aziende associate alla federazione.
L’Italia continua a compiere progressi nel percorso verso l’economia circolare, ma la transizione resta incompleta. A fronte di una raccolta differenziata in crescita e di un miglioramento dei tassi di riciclo, permane un divario significativo tra i materiali intercettati e quelli effettivamente reimmessi nei cicli produttivi. Un limite strutturale che si somma al deficit impiantistico, ancora particolarmente evidente nel Mezzogiorno, con effetti su costi, efficienza del sistema e capacità di raggiungere gli obiettivi europei.
Nel 2024 la produzione nazionale di rifiuti urbani ha superato i 29,9 milioni di tonnellate, con un incremento del 2,3% rispetto all’anno precedente. La raccolta differenziata ha raggiunto il 68% della produzione, pari a circa 20,3 milioni di tonnellate (+1% e +755 mila tonnellate). Anche il riciclo mostra segnali positivi: il tasso complessivo si attesta al 52%, in crescita di 1,3 punti percentuali rispetto al 2023. Tuttavia, il sistema continua a evidenziare una “forbice” tra raccolta e riciclo effettivo, legata alla qualità dei conferimenti, all’efficienza degli impianti di selezione e alla capacità di assorbimento del mercato delle materie prime seconde.
La composizione dei flussi avviati a riciclo conferma il peso delle principali filiere: organico (41%), carta e cartone (25%), vetro (13%), legno (7%) e plastica (6%). Proprio la plastica rappresenta uno dei nodi più complessi, a causa della variabilità qualitativa dei flussi e della presenza di frazioni estranee.
Economia circolare in Italia: i temi cruciali
Costi e responsabilità estesa del produttore
Il rapporto evidenzia come i costi di raccolta e trattamento varino sensibilmente tra le diverse filiere: si va da circa 24–28 centesimi/kg per il vetro e 27–30 centesimi/kg per carta e cartone, fino a 44–53 centesimi/kg per la plastica, la frazione più onerosa. In questo contesto assume un ruolo centrale la Responsabilità Estesa del Produttore (EPR), indicata come leva fondamentale per garantire la copertura dei costi e applicare in modo coerente il principio “chi inquina paga”. Come sottolinea Mario Rosario Mazzola, presidente della Fondazione Utilitatis, l’efficacia dei sistemi EPR è decisiva per evitare che i costi della transizione circolare ricadano impropriamente sugli utenti finali.
Il nodo impiantistico e il divario territoriale
Il principale freno alla chiusura del ciclo resta la carenza di impianti, in particolare nel Sud e nelle Isole. Le stime evidenziano deficit significativi sia per il trattamento della frazione organica sia per il residuo indifferenziato, con conseguenze dirette sulla dipendenza da trasferimenti interregionali e sull’aumento dei costi del servizio. Nel Centro Italia, il potenziamento infrastrutturale previsto a Roma — con due biodigestori e un termovalorizzatore — potrebbe ridurre sensibilmente il fabbisogno di trattamento: circa del 50% per il residuo e del 25% per l’organico. Il tema degli impianti si intreccia anche con il dibattito europeo sul possibile ingresso del Waste to Energy nel sistema ETS previsto dalla Direttiva (UE) 959/2023, con eventuale applicazione dal 2028. Secondo le stime riportate nel rapporto, l’impatto del carbon pricing potrebbe generare un aumento tariffario fino a 45 euro per tonnellata e oneri complessivi fino a 350 milioni di euro annui.
Per il presidente di Utilitalia, Luca Dal Fabbro, un’eventuale estensione dell’ETS ai termovalorizzatori rischierebbe di produrre effetti economici rilevanti senza benefici ambientali proporzionati, considerando il ruolo degli impianti nella chiusura del ciclo dei rifiuti non riciclabili.
Investimenti in crescita ma governance frammentata
Nel 2024 gli investimenti del settore hanno raggiunto circa 2 miliardi di euro, sostenuti anche dalle risorse del PNRR. Le aziende più strutturate hanno trainato la crescita, con un incremento degli investimenti superiore al 250% rispetto al 2016. Persistono tuttavia forti squilibri territoriali: il Nord registra livelli medi di investimento più elevati rispetto al Sud (4,5 milioni contro 2,8 milioni per operatore), evidenziando un gap industriale che si riflette sulla capacità complessiva del sistema. Sul piano della governance, la frammentazione resta elevata: il 62% dei bandi è promosso dai Comuni e quasi tutti riguardano singoli affidamenti locali. Una struttura che limita economie di scala, pianificazione e capacità di investimento di lungo periodo.
Fatturato, occupazione e differenze territoriali della TARI
Il settore dei rifiuti urbani in Italia genera circa 19 miliardi di euro di fatturato, pari allo 0,9% del PIL, con oltre 122 mila addetti. Le grandi aziende, pur rappresentando una quota minoritaria degli operatori, concentrano quasi la metà dei ricavi complessivi. Le disparità territoriali emergono anche nella TARI 2025: in media 333 euro per una famiglia tipo, ma con differenze significative tra Nord (288 euro), Centro (358 euro) e Sud (378 euro). Il divario riflette non solo differenti modelli di gestione, ma soprattutto la maggiore fragilità infrastrutturale delle aree meno servite.
Il quadro complessivo conferma un’Italia in movimento verso l’economia circolare, ma ancora frenata da criticità strutturali. La crescita della raccolta differenziata e del riciclo rappresenta un progresso importante, ma non sufficiente a colmare il divario con gli obiettivi europei al 2035: 65% di riciclo e meno del 10% di conferimento in discarica. La vera sfida, evidenziata dal Green Book 2026, non è solo aumentare la quantità dei rifiuti intercettati, ma rafforzare l’intera filiera industriale del riciclo, ridurre la dipendenza dagli impianti mancanti e rendere più omogeneo il sistema a livello nazionale.
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