Una filiera di recupero che ripensa al futuro del reciso
Al giorno d’oggi un allestimento floreale, un fiore reciso o una pianta nascono con una data di scadenza precisa. Alcuni di essi entrano negli ingranaggi espositivi di scenografie, showroom o mostre, altri prendono parte a eventi privati come matrimoni o presentazioni aziendali.
Quando l’evento termina le piante escono scena: le strutture vengono smontate, gli spazi ritornano alla loro funzione originaria e ogni parte dell’allestimento deve trovare una nuova destinazione.
Il primo Rapporto sul Florovivaismo 2025 – Analisi dei mercati globali e delle percezioni imprenditoriali –, realizzato da Piermichele La Sala, Giuseppe Pachino, Dario Vivani e Valentina Conti, sottolinea che nel 2024 il settore florovivaistico italiano ha raggiunto il valore commerciale più alto mai registrato, superando i tre miliardi di euro di produzione. L’Italia si conferma il terzo produttore dell’Unione Europea, dopo Paesi Bassi e Spagna, con quasi diciannovemila imprese attive. A inizio 2024, inoltre, le esportazioni italiane di prodotti floreali hanno superato il miliardo di euro, confermando la centralità nei mercati internazionali.
Dietro questi numeri si nasconde un percorso lungo e complesso: la coltivazione di una pianta può richiedere molto tempo, mesi o addirittura anni, ma la sua presenza nel mercato è strettamente legata alla durata dell’evento in cui è usata o all’effimera fioritura del reciso. A rimanere all’oscuro è ciò che capita dopo, quando il valore commerciale si esaurisce e lo spreco diventa la soluzione più pratica.
Accanto a questo andamento, vi è una filiera più consapevole e rispettosa che riflette sulla sostenibilità di un mercato volatile e sempre più esigente a cui contrappone reti di riutilizzo, compostaggio, donazioni e stagionalità per dare nuove possibilità al verde, oltre le logiche di mercato e le richieste impossibili.
Progettare il “dopo”
Il mercato attuale impone che il valore di una pianta termini con la fine dell’evento, l’installazione viene smontata e il materiale floreale viene gettato. Una delle principali criticità del settore consiste proprio nella difficoltà di progettare, oltre all’allestimento, anche ciò che accadrà dopo. La scelta delle specie, la manutenzione, i trasporti incidono sulle opzioni disponibili una volta concluso l’evento. È importante concepire ogni allestimento come parte di un ciclo più ampio, in cui anche le possibili destinazioni finali vengono pensate e pianificate con anticipo, in modo da dare nuova vita a piante e fiori che altrimenti verrebbero sprecati. Gli esemplari, per esempio, possono restare al cliente, rientrare in azienda, essere impiegati in nuovi progetti oppure donati, in base alle loro condizioni.
Focus su stagionalità e provenienza
A influire sulla durata di un fiore è anche, e soprattutto, la stagionalità. Utilizzare varietà fuori periodo comporta che l’arco di vita dell’esemplare si riduca, così come la sua funzione, e a risentirne è la qualità. Ciò comporta inevitabilmente costi più elevati e maggiori rischi legati all’instabilità di mercato.
Opporsi alla richiesta di disponibilità illimitata di ogni varietà in commercio permette di tornare a porre l’attenzione sulla stagionalità, partendo da ciò che la terra offre e non da ciò che il mercato richiede. Non forzare l’annualità, le fioriture e il terreno consente di ripensare alla produzione, rispettando tempi e cicli naturali. Legato al calendario botanico è anche il modo in cui un fiore viene coltivato: recidere senza compromettere la pianta significa permetterle di produrre nuovamente.
Accettare il ritmo imposto dalla stagionalità significa anche accorciare la distanza tra il fiore e il luogo in cui verrà utilizzato. La vicinanza diventa sinonimo di qualità: un fiore raccolto e consegnato in poche ore arriva al consumatore in condizioni nettamente migliori rispetto a uno trasportato per migliaia di chilometri e conservato a basse temperature. Il mercato in cui ogni fiore deve essere disponibile tutto l’anno viene messo in discussione, a filiere internazionali si preferiscono varietà locali e di stagione, privilegiando una produzione più sostenibile e meno dispendiosa.
Il valore del recupero
Se il destino del materiale verde non viene progettato in fase di allestimento è importante intervenire in modo tempestivo nei momenti immediatamente successivi allo smontaggio. Il recupero, soprattutto urbano, di piante e fiori contribuisce alla ridistribuzione del verde nella convinzione che se il valore commerciale è terminato, non lo è quello sociale. Ecco il paradosso: il destino di una pianta non dipende soltanto dalla sua condizione biologica, essa può essere sana e continuare a crescere ma diventare comunque un rifiuto. Per questo è centrale organizzare attività di recupero, come ricollocazioni, aste e iniziative di passaparola che possono salvare composizioni che altrimenti verrebbero sprecate perché non idonee agli standard di mercato.
Verso allestimenti più sostenibili
Evitare lo spreco di fiori significa anche ripensare a tutti quegli oggetti che, nascosti, permettono la realizzazione delle composizioni: cesti, contenitori, ganci, fili e supporti, strumenti essenziali ma che molto spesso incidono sulla reale possibilità di recuperare gli ornamenti floreali.
Il futuro del florovivaismo deve puntare all’utilizzo di supporti meno impattanti e riutilizzabili; infatti la ricerca si sta rivolgendo a materiali biodegradabili e compostabili ottenuti, in alcuni casi, dagli stessi scarti della lavorazione floreale, come gli steli. L’obiettivo è limitare la presenza di componenti che, una volta conclusa la loro funzione, interrompono il percorso di riuso del verde e che devono essere smaltiti separatamente.
Il compostaggio come risorsa
Non tutte le piante possono essere salvate e non tutti i fiori possono essere donati. Quando non è possibile ridestinare, il materiale floreale entra nei sistemi di gestione dei rifiuti: prima è necessario un passaggio di separazione delle diverse componenti e poi il verde viene destinato al compostaggio, trasformandosi in fertilizzante usato nella coltivazione e nell’agricoltura. Un diverso tipo di riuso, ma che permette ugualmente ai prodotti florovivaistici di continuare il loro ciclo di vita, acquisendo un nuovo valore.
Cinque modi per far fronte a una filiera estremamente fragile e dipendente da un mercato che impone tempi e distribuzioni. Il Rapporto sul Florovivaismo 2025 sottolinea quanto la gestione dei residui vegetali rimanga una criticità irrisolta per il diciotto virgola due per cento delle imprese intervistate.
Ecco che le iniziative di recupero rappresentano una possibilità concreta di dare nuova vita a piante e fiori, ma sono messe in scacco dall’impossibilità di raggiungere l’intero flusso del settore, in cui esiste ancora una fase successiva e delicata in cui non è possibile riutilizzare.
