L’economia italiana si trova davanti a uno scenario sempre più incerto, in cui le tensioni geopolitiche e gli shock energetici stanno ridefinendo le prospettive di crescita
Il Rapporto di Previsione – Primavera 2026 del Centro Studi Confindustria traccia un quadro chiaro: nel 2026 il PIL è atteso crescere dello 0,5%, ma in caso di peggioramento del contesto internazionale potrebbe scivolare fino a -0,7%, con uno scarto superiore a un punto percentuale.
A pesare è soprattutto il conflitto in Medio Oriente, in particolare la crisi che coinvolge l’Iran e che ha portato al blocco dello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il transito dell’energia globale. Le simulazioni indicano un possibile aumento dei prezzi fino al +90% per il petrolio e al +50% per il gas, con effetti immediati sull’inflazione e sulle condizioni finanziarie. Il risultato è un rallentamento generalizzato degli scambi e una crescita globale più debole, che colpisce in modo particolare l’Eurozona.
In questo contesto, l’Italia mostra tutta la sua fragilità. La crescita prevista dello 0,5% appare già modesta, ma rischia di azzerarsi in uno scenario intermedio e di trasformarsi in una contrazione fino al -0,7% in quello più avverso. Una dinamica che avrebbe effetti diretti su consumi, investimenti ed export, amplificando l’impatto degli shock esterni su un’economia fortemente esposta al commercio internazionale.
Proprio il commercio rappresenta uno dei principali punti critici. Nel 2025 l’export italiano verso gli Stati Uniti ha raggiunto i 70 miliardi di euro, in crescita del 7,2%, ma il dato cambia radicalmente se si escludono farmaceutica e commesse straordinarie, mostrando una contrazione del -5,7%. Ancora più rilevanti sono le prospettive: secondo le stime, con l’attuale struttura dei dazi, fino a 16 miliardi di euro di esportazioni italiane potrebbero essere a rischio nel medio periodo.
Parallelamente, cresce il peso della Cina, da cui l’Italia ha importato oltre 60 miliardi di euro nel 2025, con un aumento del 16,4% rispetto all’anno precedente. Pechino sta rafforzando la propria posizione nei settori a medio-alta tecnologia, la cui quota sull’export è salita dal 28% al 42% negli ultimi cinque anni, intensificando la competizione globale proprio nei comparti a maggior valore aggiunto.
Le imprese italiane si mostrano resilienti
Nonostante questo scenario, le imprese italiane dimostrano una significativa capacità di adattamento. Ogni anno circa l’8% dei prodotti cambia mercato di destinazione e il 9% modifica il Paese di origine delle forniture, con una flessibilità superiore a quella delle imprese tedesche. La diversificazione si conferma quindi una leva fondamentale per rafforzare la resilienza del sistema produttivo.
Tra i possibili fattori di sostegno alla crescita, il Rapporto individua nella spesa per la difesa una leva strategica. L’aumento previsto, dall’1,5% al 3,5% del PIL nel prossimo decennio, potrebbe generare un impatto positivo fino al +3,0% cumulato se orientato verso investimenti e produzione nazionale. In caso contrario, con un maggiore ricorso alle importazioni, i benefici si ridurrebbero a circa +0,9%.
Calo demografico e fuga di talenti incidono
Accanto alle sfide congiunturali emergono però criticità strutturali profonde, a partire dal calo demografico. La quota di giovani tra i 15 e i 34 anni è scesa dal 25% del 2005 al 20,6% nel 2025 e potrebbe ridursi ulteriormente fino al 18,6% nel 2070, con una perdita complessiva di oltre 3 milioni di giovani. Un dato ancora più critico se si considera che, nella fascia 15-24 anni, lavora solo il 19,7% dei giovani italiani, contro oltre il 50% in Germania.
A questo si aggiunge la fuga di capitale umano: tra il 2019 e il 2023 circa 190 mila giovani hanno lasciato il Paese, e circa la metà è laureata. Un fenomeno che evidenzia i limiti delle politiche finora adottate, concentrate sugli incentivi alle assunzioni ma meno efficaci nel ridurre il mismatch tra competenze e domanda di lavoro.
Non mancano, tuttavia, elementi di tenuta. La stabilità politica degli ultimi anni ha contribuito a ridurre il costo del credito, generando nel 2025 un beneficio di circa 4,6 miliardi di euro annui per le imprese, che potrebbe salire fino a 13,8 miliardi a regime. Secondo le stime, proprio la stabilità ha inciso per una quota compresa tra 0,5 e 1,4 miliardi annui nella riduzione dei tassi sui prestiti.
Nel complesso, i numeri delineano un’economia sospesa tra fragilità e capacità di adattamento. La crescita dello 0,5% resta appesa all’evoluzione dello scenario internazionale, mentre rischi concreti — come i 16 miliardi di export potenzialmente compromessi e l’impennata dei prezzi energetici fino al +90% — potrebbero rapidamente cambiare il quadro.
In questo contesto, la direzione è chiara: contenere gli effetti dello shock energetico, rafforzare investimenti e produttività e intervenire in modo strutturale sul capitale umano. Sarà la capacità di agire su questi tre fronti a determinare il futuro dell’economia italiana nei prossimi anni.
L’approfondimento è disponibile sul sito di Confindustria
https://www.confindustria.it/pubblicazioni/guerre-dazi-incertezza-a-rischio-la-crescita/

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