Un concept che unisce le componenti estetiche a quelle alimentari. Una novità cambia il modo di vedere lo spazio verde, piccolo o grande che sia
Per gli occhi e per la gola. Si potrebbe sintetizzare così il concetto di foodscaping, una pratica che integra la coltivazione di piante edibili e ornamentali, evidenziando la componente estetica dei prodotti alimentari negli spazi verdi. In parte, non è una novità, perché le tecniche paesaggistiche commestibili erano usate già nell’antichità: per esempio, i giardini nelle ville romane che univano le componenti agricole e alimentari, sotto forma di grandi paesaggi di vigneti o piccoli giardini di erbe aromatiche. Anche gli Aztechi avevano giardini in cui convivevano fiori, erbe e piante da frutto e gli archeologi confermano l’esistenza in Mesopotamia di giardini in cui crescevano alberi dai fiori profumati e alberi da frutto. Tutte tradizioni filtrate nelle ville rinascimentali e nei castelli europei che spesso utilizzavano i proventi derivanti dalla vendita di frutta e verdura per il mantenimento del giardino. Insomma, tecnicamente non abbiamo inventato nulla, ma il foodscaping è una formula di grande attualità. L’ultimo testimone è “Garden Wonderland: Create Life-Changing Outdoor Spaces for Beauty, Harvest, Meaning , and Joy”, (Il Giardino delle meraviglie: crea spazi esterni che cambiano la vita per bellezza, raccolto, significato e gioia, ndr) un libro firmato dalle garden designer Leslie Bennett e Julie Chai che illustra nel dettaglio la personalizzazione di una ventina di giardini partendo dalle vite dei proprietari. Come la scelta di piantare verdure rare nel giardino di uno chef vegano e la creazione di un giardino che riflette i paesi in cui il proprietario, un diplomatico, ha vissuto e lavorato.
Foodscaping, alle radici moderne del fenomeno
Negli Stati Uniti, il foodscaping ha preso quota anche in seguito a cambiamenti socio-economici: dall’inizio degli anni Novanta a oggi, infatti, è cresciuto lo spazio abitativo e si è ridotto quello dei terreni su cui sono costruite le nuove abitazioni indipendenti. Le superfici medie delle case sono passate da 175 a 215 metri quadrati, mentre i terreni sono fino a 185 metri quadrati più piccoli rispetto a trent’anni fa. Inoltre, l’84% delle case indipendenti vendute nel 2022 è collegato ad associazioni dei proprietari che hanno sottoscritto un regolamento che vincola l’estetica dei giardini e obbliga alla cura dello spazio antistante la casa: «Il foodscaping è la quadratura del cerchio e mette tutti d’accordo», osserva Brie Arthur, autrice di “The Foodscape Revolution” (La rivoluzione del foodscaping, ndr), un libro uscito pochi anni fa. La rivoluzione a cui accenna il titolo è nel nostro modo di pensare: «L’agricoltura industriale ci ha portati a pensare che le piante debbano essere piantate in maniera geometrica, segregate per tipologia. Ma chi coltiva per il proprio consumo non è un contadino, non ha bisogno di macchinari per raccogliere i prodotti e dunque può piantare in modo più creativo, con maggiore libertà, sfruttando al massimo lo spazio disponibile». La formula del foodscaping, dunque, è un invito a ripensare ciò che diamo per scontato e, per i garden center, è anche una formidabile occasione per capitalizzare il trend e intercettare l’interesse della clientela. Un dato per tutti: secondo la National Gardening Association, all’ultima conta lo scorso anno, il 35% degli americani coltiva alimenti per il consumo domestico. La pianta più popolare è il pomodoro: «C’è un grande interesse per le versioni nane che producono pomodori di normale grandezza su piante più piccole, perfette per i vasi e i piccoli spazi. Una tendenza che abbraccia anche meloni, zucche e peperoni».
Una serie di vantaggi extra
Abbinare la coltivazione di piante alimentari a fiori non fornisce solo benefici estetici. «Di solito, quando coltiviamo prodotti alimentari, le piante non sono biologicamente diverse e quando le piantiamo in uno spazio limitato stiamo di fatto creando una monocultura che favorisce insetti e malattie», prosegue Arthur. Inoltre, lo spazio a disposizione non deve essere considerato un limite, perché il foodscaping si realizza anche in contenitori per i balconi e terrazzi. «La chiave per il successo è semplice: basta accoppiare le piante in base alle loro esigenze». Che cosa significa? «Innanzitutto bisogna considerare di quanto sole abbia bisogno una pianta per prosperare e poi bisogna pensare al fabbisogno idrico. La maggior parte delle verdure che amano il sole come pomodori, peperoni, melanzane, basilico (e molto altro ancora) prospereranno se piantate in mezzo a piante perenni da fiore come il flox, l’euforbia, la salvia, l’echinacea. Al contrario, chi vive in una zona con molta ombra, può coltivare edibili come lattuga, cavoli, bietole, rucola e spinaci insieme a piante come hosta, elleboro e campane di corallo». Il foodscaping, inoltre, ha anche un potenziale “sociale”: tutti mangiamo, senza eccezione di età, razza, religione, stato economico. Dunque, possiamo focalizzarci su qualcosa che abbiamo in comune: «Avere accesso a cibo sano non dovrebbe essere un lusso e il foodscaping è un modo per aiutare le persone a connettersi con le altre persone attraverso l’atto di coltivare frutta e verdura che fa bene alla propria salute».
Un po’ di idee pratiche sul foodscaping
Il foodscaping si concentra sulla complementarità delle piante. «Se stai già coltivando, devi semplicemente aggiungere prodotti commestibili alle piante esistenti», suggerisce Arthur. Il motivo per cui negli Stati Uniti molte associazioni di proprietari di case vietano la coltivazione di verdure dal giardino è perché non sono attraenti tutto l’anno. «Invece di rimuovere le piante ornamentali che tutti amano, basta coltivare gli edibili fra le piante. Inoltre, questo è un ottimo modo per sfruttare al meglio il terreno e ridurre la necessità di irrorare erbicidi, perché meno spazio incolto significa anche meno meno erbacce da combattere». Esplorare la possibilità del foodscaping riducendo il prato, contribuisce anche a risparmi sull’irrigazione. A proposito, anche il fatto di coltivare piante alimentari a cui, proprio per il desiderio di arrivare a un raccolta, si dedicano maggiori attenzioni in termini di fertilizzanti naturali, a sua volta rende più ricco il terreno per le piante ornamentali. Si può cominciare dai bordi del giardino fiorito: «Coltivare piante come rucola, basilico nano, aglio, cipolla, patate, ravanello sono tutti modi per approcciare il foodscaping e limitare le incursioni di animali che danneggiano il giardino».
Mettere in vetrina
Per aiutare i clienti a esplorare le infinite possibilità del foodscaping, Arthur suggerisce di cominciare a non isolare le piante edibili da quelle ornamentali: «Dimostrare praticamente come possono essere utilizzate aiuta i clienti a immaginare come potrebbero fare lo stesso nel proprio spazio verde». Creare uno spazio semi-permanente dove dimostrare come come evolve la coltivazione di piante e fiori durante le stagioni, giocando anche sulla possibilità di offrire più varietà (per esempio, dei pomodori) sono modi per avvicinare nuovi clienti, come pure utilizzare dei cartelli che spieghino questa modalità bella da vedere e buona da mangiare. «Non ci sono limiti alla fantasia, si possono anche organizzare lezioni per spiegare come utilizzare i prodotti raccolti per la tavola con le conserve, ma anche con i cocktail per chi cerca qualcosa di più semplice». Infine, non bisogna dimenticare che il foodscaping è anche un modo per generare traffico, perché chi coltiva prodotti alimentari ha bisogno di fare visite più frequenti al garden center di fiducia.
